Di mamma ce n’è più d’una

L’altra settimana ho letto Di mamma ce n’è più d’una, il nuovo libro di Loredana Lipperini.

In biblioteca l’hanno sistemato nella remota sezione non-Dewey GENITORI, che si trova passato l’angolo giochi, oltre la sala RAGAZZI, al di là della porta a vetri della sala PRIME LETTURE.  A suo tempo avevano messo lì anche il libro di Ortolani sull’adozione. E’ un’ala della biblioteca poco frequentata, qualche ragazzino delle elementari, qualche mamma. A me piace molto la letteratura per l’infanzia quindi ci vado spesso, ma sempre con un certo timore. In generale tutte le collocazioni non-Dewey mi mettono un po’ a disagio, ma il mio timore nelle sale ragazzi è molto specifico, temo di essere accusata di rubare i libri ai bambini. Temo anche che qualcuno scopra che non sono madre e che mi scacci tirandomi libri sull’empowerment.

D’altra parte il vantaggio di queste sale è che, essendo poco frequentate, i libri sono quasi sempre ben collocati e disponibili, diversamente dalla babele della sezione NARRATIVA. Quindi io arraffo il libro e scappo. Di solito poi uscendo mi sento subito meglio, ma non questa volta. Questa volta ho continuato a sentirmi tesa, per via del titolo vagamente minaccioso, di mamma ce n’è più d’una. Povera me, ho pensato, mi ci sono voluti anni e anni per trovare il modo di parlare con mia mamma e ora sbucano altre mamme da chissadove e devo ricominciare da capo? La mia ipotesi più ottimistica era che si trattasse di altre figure femminili di riferimento, che so, Patti Smith.

Fortunatamente poi leggendo ho scoperto che il senso del titolo è piuttosto: esistono diversi modelli materni e più di uno di essi è valido. Un concetto che a me sembra ovvio, ma a quanto pare la società non lo considera tanto ovvio, evidentemente. Deve avere a che fare con l’ossessione del parenting di cui parla Nora Ephron in I Feel Bad About My Neck and Other Thoughts on Being a Woman, ad un certo punto è stato inventato il parenting e tutti hanno iniziato ad agitarsi moltissimo, non necessariamente con risultati migliori nel rapporto con la prole.

Comunque non si tratta di un saggio sul ruolo sociale della maternità, come credevo, bensì di un saggio sul dibattito in rete a proposito del ruolo sociale della maternità, che organizza criticamente il dialogo intenso che si è sviluppato attorno al blog di Lipperini negli ultimi anni

Io leggo il blog di Lipperini tutti i giorni quindi gran parte del materiale di riferimento l’avevo già letto, ma pazienza, mi ha comunque fatto piacere l’impianto critico, laddove il blog è necessariamente frammentato.

La lettura mi ha lasciato però una grande domanda, e cioè: questi saggi che parlano di dibattiti in rete, tra l’altro molto in voga oggi, mi capita di vedere, come lavoro di tesi umanistica, cosa lasciano nel tempo? Più semplicemene, siamo sicuri che i dibattiti in rete siano una buona base dati per una analisi antopologico / sociale per quanto di taglio giornalistico?

Me lo chiedo in termini scientifici. Io per lavoro nel mio piccolo mi occupo un po’ di data mining in particolare su fonti aperte. Nel data mining in molti casi si ottengono tanti bei risultati interessanti e corerenti, ma più la fonte è aperta, più minaccioso è lo spettro della recall. Del totale di dati che cercavo, quanti ne ho effettivamente trovati? E questi dati che ho trovato e relazionato quanto sono rappresentativi? Non c’è modo di controllare, perché la fonte è aperta. Non si può leggere una fonte aperta, e non ci si può neanche fidare di un test a campione con proiezione statistica. E’ necessario studiare e scegliere una strategia, poi si spera di aver scelto bene. Si spera insomma che quel risultato, che ha un aspetto tanto interessante e coerente, non sia in realtà un risultato aneddotico. Sapete che il risultato aneddotico non vale niente.

Ecco io quando leggo i saggi basati sui dialoghi in rete, dove l’autore analizza fenomeni di blogging (in questo caso il controverso mommy blogging), cita scambi tra utenti dal simpatico nick, interventi articolati di commentatori abituali ed eventualmente saggi di peer che si muovono nello stesso mondo, ho sempre il sospetto di trovarmi di fronte ad aneddoti, con tutto il rispetto per le opinioni della forumina (sic) Pallina80.

Nel caso particolare di questo saggio, la mia difficoltà principale sta nel fatto che nel mondo reale intorno a me nessuno conosce Lipperini, Cosenza, Odent, Badinter, il mommy blogging e fatico persino a trovare qualcuno che segua il celebre nonsolomamma. Le mie amiche e le mie colleghe madri hanno eventualmente letto What to Expect When You’re Expecting, alcune hanno comprato Fate la nanna, e una quando era a casa in maternità aggiornava ossessivamente lo status su Facebook, ma a parte questo, non si interessano affatto al social networking materno. Questa è a sua volta una considerazione aneddotica, mi rendo conto. Appunto mi chiedo, il social networking materno e il disagio che sembra segnalare/curare, che tipo di impatto ha sul mondo reale? E’ una nicchia? E’ mainstream?

Probabilmente comunque ho notato molto questo aspetto della fonte web perché la tesi del libro, e cioè esistono diversi modelli materni e più di uno di essi è valido, mi è oltremodo ovvia e avevo pure già letto gran parte delle argomentazioni, quindi la mente ha inziato a vagare.

Ora voglio leggere il libro di Lipperini e Murgia sul femminicidio, quello almeno in biblioteca l’hanno messo in area Dewey.

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In copertina: Art Spiegelman, New Yorker

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