Heute ist der letzte Tag vom Rest deines Lebens

Quando Ulli Lust è venuta in Italia a presentare la sua graphic novel Troppo non è mai abbastanza (Heute ist der letzte Tag vom Rest deines Lebens), io mi sono persa tutti gli incontri. Ero distratta, confusa dal confuso dibattito sul femminicidio. Quando sono apparse qua e là le recensioni, le ho lette e nella maggior parte dei casi mi hanno infastidito, sia quelle di chi si è offeso e ha gridato allo stereotipo anti-itialiano, sia quelle di chi è caduto dal pero e si è sentito in dovere di scusarsi in quanto maschio italiano. Sono risalita alla comunicazione Cocoino, che mi ha lasciato perplessa a partire dalle scelte lessicali e semantiche, con le quali mi sono trovata sfortunamente a dissentire, per motivi che andrò a spiegare: ritratto sociale, road movie, Thelma e Louise, voglia libertà, sogno di ribellione, storia dalla parte delle donne, tossicomane, spietato, machismo, toccante atto d’accusa, affermazione di indipendenza, salvarsi.

Troppo non è mai abbastanza racconta l’esatta verità sugli anni Ottanta delle controculture in Europa, e in particolare al confine tra l’Italia e il mondo tedesco. Non si tratta di un atto di accusa, nè di un ritratto sociale, nè di una storia dalla parte delle donne. Lo si può usare in tutti questi modi, certo, anche legittimamente, ma in sé come opera non è niente di queste cose. In sé è la semplice verità, e la verità deve essere raccontata.

Si viveva esattamente così, negli anni Ottanta, nelle controculture al confine tra l’Italia e il mondo tedesco. Io lo so perché c’ero e me li ricordo i punk tedeschi che arrivavano in Italia in estate con l’idea di rimanere per l’inverno, dormivano nella pineta. Passavano la giornata seduti sulla terrazza dell’ostello della gioventù, a tagliarsi i capelli a vicenda. Noi mettevamo dischi new wave al juke box gratuito a piano terra, nella speranza che ci notassero. Ma non succedeva mai. Non ci guardavano nemmeno. E comunque non sapevamo il tedesco, nemmeno l’inglese. A scuola avevamo studiato il francese.

Era l’epoca dell’inter-rail. Aspettavamo i diciotto anni per partire, noi verso nord però, dove nessuno avrebbe odiato la nostra markedness, donna, giovane, i Clash in tasca, quanto era odiata in Italia. Sapevamo che per noi sarebbe stato più facile, verso nord.

Ci dispiaceva per loro, che arrivavano qui e i treni non funzionavano, dovevano produrre i documenti in continazione, per strada, a forze dell’ordine con forte accento regionale, e le ragazze dovevano gestire gli sguardi e i fischi, ma anche i ragazzi che erano con loro dovevano, e decidere se fare finta di nulla o reagire, entrambe soluzioni pericolose (e infatti il giovane tedesco non ce la fa, e molla Ulli al suo destino).

Per noi è stato davvero più facile, viaggiare verso nord, donne, giovani, i Clash in tasca. Verso nord come per il ragazzo africano che Ulli incontra a Roma. E all’epoca in Norvegia eravamo davvero africani, quantomeno come potere d’acquisto.

La voglia libertà, il sogno di ribellione, l’affermazione di indipendenza, Thelma e Lousie, cosa sono, stereotipi da recensione. Nella migliore delle ipotesi ti dicono che parti per trovare te stesso e per crescere, ti fanno la recensione.

Ma noi non eravamo i personaggi di un ritratto adolescenziale, nè le comparse di una denuncia sociale, nè i protagonisti di un Bildungstoman. Noi partivamo perché c’era una frontiera. Come la montagna, che la scali perché c’è. Tra l’altro, coincidentalmente, la nostra frontiera era in montagna. Partivamo per curiosità pura, esigenza di narrazione.

E non c’erano poi tanti tossicomani se facevi attenzione, nè tanta spietatezza, e non c’era proprio alcun bisogno di salvarci.

Noi andavamo bene così come eravamo ed eravamo bellissimi. Un po’ stracci, certo. Ma potevamo dormire dentro un treno smontato dentro la pancia di un traghetto bevendo crema di whisky e non ci veniva neppure la nausea. Potevamo dormire per terra, nel corridoio del treno e ascoltare le traversine, o all’aperto in un sacco a pelo che era il bozzolo perfetto. Ascoltavamo musica fantastica. E avevamo una fame che quando sento Steve Jobs mi viene sempre da ridere, che ne sai tu della fame.

Quello che ho capito di Ulli Lust, o almeno credo di aver capito, è che anche per lei è stato così, come è stato per noi. Più difficile certo, e più tragico, perché lei ha viaggiato verso sud e non lo sapeva come vanno le cose in un paese aggressivamente patriarcale, e quando l’ha scoperto l’ha raccontato. Per esigenza di narrazione.

Sono sicura, ragionevolmente sicura, perché anche io, una volta tornata a casa, non riuscivo a dormire nel letto, come Ulli nell’ultima pagina. Ma non perchè “troppo non è mai abbastanza” o perchè mi fossi “salvata” appena in tempo o perché fossi ormai irrimediabilmente una disadattata. No. Molto semplicemente, il letto era troppo morbido. Le lenzuola si perdevano da tutte le parti. Anche io per riuscire a dormire ho dovuto qualche volta infilarmi nel sacco a pelo a fianco del letto. Una mia compagna di viaggio, al ritorno, una notte riuscì ad addormentasi solo in balcone. E anche adesso che sono passati vent’anni, ricordo perfettamente la sensazione di quel sacco a pelo, che io per fortuna ho ancora ma alla mia amica l’hanno poi rubato in Spagna, che peccato.

ullilust

Advertisements