Amour

Ho tardato parecchio a vedere Amour.

Al di là di tutti gli indiscutibili pregi artistici, per me i film di Haneke sono rinconducibili ad una serie schemi narrativi che personalmente, per motivi incidentali, come spettatrice tendo ad evitare: il paesello dove t’ammazzano, il conoscente che ti tortura, gli affascianti squilibrati che si infilzano. Naturalmente riconosco che su tutti questi modelli è possbile girare ottimi film, come fa appunto Haneke, ma mentre vent’anni fa mi sentivo obbligata a vedere questi ottimi film per completezza della mia formazione cinefila, oggi francamente non ho fretta.

Insomma ho visto Amour e per una volta non rientrava in nessuno schema narrativo a me indigesto.

L’ho trovato rigoroso ma commovente, quasi dolce. Poi ho letto le recensioni, che dicono tutte più o meno che è durissimo da guardare, che indaga il male dall’interno invece che per sottrazione, che entra nella sfera dell’orrore che tutti noi evitiamo e neghiamo.

Cari miei, non è durissimo da guardare, è durissimo da vivere. Quella è, o è stata, la quotidianità dei nostri nonni, di alcuni nostri nonni, e di chi li assiste. La quotidianità. Non un improbabile straniamento orrifico per meglio far emergere la natura umana. L’anziano non autosufficiente fa gli esercizi per le gambe tutti i giorni. E qualcuno lo obbliga, con una certa fatica, tutti i giorni. E qualcuno assiste, con un certo dolore, da vicino o da lontano. E’ il fatto che qualcuno si sia prenso il disturbo di farne un film, di girarlo, di interpretarlo soprattutto, io, personalmente l’ho trovato confortante, e quasi dolce.

amour

 

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