Neko Cafè

Se ho ben capito, a Torino stanno aprendo due neko café, il Neko Café appunto e il Miagola Cafè. La cosa mi stupisce, mai avrei pensato che fosse possibile aprirne uno in Italia, figurarsi due, visto che gli italiani sono ridicolmente schizzinosi, a volte parecchio confusi in fatto di etologia felina, spesso fastidiosamente rumorosi, e sempre la burocrazia è ostile.

Entrambi gli esercizi dichiarano di operare in collaborazione con i gattili.

Qualche anno fa ho trascorso qualche ora in un neko café di Tokyo, il Jalala di Akihabara. Ci sono parecchi neko café a Tokyo, noi abbiamo scelto il Jalala perché era quello con la mappina più chiara sul biglietto da visita (in Giappone gli indirizzi sono illegibili per un occidentale ignorante, le strade non hanno nome e i civici non sono progressivi, quindi la mappina chiara sul biglietto da visita è la salvezza).

Ovviamente siamo arrivati all’ora sbagliata, era ancora chiuso, d’altra parte io l’unico ideogramma che conosco è quello dello yen, giusto per riuscire a pagare le cose. Ma abbiamo trovato il posto da soli, già è tanto. Dalla piccola vetrina non si vedeva l’interno, ma c’era questo enorme maine coon che faceva la guardia pisolando.

coon

L’ingresso si è poi rivelato essere un atrio in stile giapponese, con il pavimento di piastrelle, gli appendiabiti e le rastrelliere per le scarpe. Come in una casa privata o un luogo pubblico tradizionale, si entra scalzi. Prima di entrare, è necessario anche lavarsi le mani con un disinfettante fornito alla reception e leggere e accettare le regole del locale. Grazie al cielo esisteva un riassundo delle regole in inglese. E’ vietato svegliare i gatti che dormono, è vietato prendere in braccio i gatti a meno che siano loro a salirti in braccio, è vietato schiamazzare. Del tutto ragionevole, soprattutto perché a me è subito saltato in braccio un abissino.

jalala

All’interno, il neko cafè è arredato con tatami, poltroncine, tavolini, sgabellini. Su tutti questi sono posizionati uno o più gatti, quindi non ti rimane che sederti sul tatami. La sensazione è che siano i gatti ad essere al bar a osservare te.

tavolo

Inoltre ci sono scaffali, tiragraffi, grandi gabbie aperte che contengono ciotole di cibo (in modo che i gatti mangino lontano dai tavolini). C’è poi una porta chiusa, con gattaiola, che conduce immagino alla stanza delle cassettine igieniche.

cibo

La cucina non è a vista, i gatti non vi accedono (anche se ovviamente ci provano).

cucina

Gli altri avventori erano una coppia di nonni con nipotino piccolo molto beneducato, e una coppietta di liceali innamorati.

Abbiamo ordinato un o-cha, il tè verde. Eravamo in Giappone tra marzo e aprile, che si è rivelato essere un periodo freddissimo (ad Hakone, in montagna ad un’ora di treno da Tokyo, nevicava), quindi ci è capitato di rifugiarci in innumeveroli locali, per conforto, spesso locali di cui ignoravamo completamente la natura. Il turista italiano ha un po’ questa idea che in Giappone tutti i ristoranti abbiano i piatti esplicativi finti in vetrina, ma questo è vero solo in alcuni quartieri moderni, come Shinjuku, mentre altrove, soprattutto nei quartieri tradizionali di Shitamachi, i ristoranti e i caffè sono minuscoli e con insegne misteriose, a volte nessuna insegna riconoscibile. D’altra parte entrare, fare un piccolo inchino, sorridere e chiedere un o-cha è maniera infallibile per ottenere all’istante un buon tè caldo in una bella tazza, e un accogliente angolo dove sedersi. Gli osti mi sono sembrati tutti perfettamente a loro agio con questa ordinazione. Non so quanti litri di tè verde abbiamo bevuto.

Passiamo alle domande ovvie. Al neko cafè vi finisce il pelo di gatto nella cosumanzione? Può essere.

tazze

E i gatti? Insieme al menù, la gentilissima cameriera ci ha anche portato un raccoglitore con le foto, i nomi e le storie dei gatti. Nel caso del Jalala si trattava di gatti di proprietà, che passavano parte del loro tempo a casa loro, e parte nel neko café, cioè non vivevano stabilmente nel neko café, ma trascorrevano lì alcuni mesi a rotazione. Un gatto nero a pelo corto veniva descritto come il capo indiscusso dell’operazione, ma non sembrava essere in casa quel giorno. Poi è spuntato da chissà dove, ha attraversato la sala a coda alta, si è accomodato in una poltrona dove dormiva già un gatto rosso, l’ha leccato per bene dalle orecchie fino alla punta della coda e infine si è messo a dormire pure lui.

poltrona

Tutti i gatti mi sono apparsi in ottima salute (solo il maine coon aveva un accenno di terza palpebra appena sveglio, ma poi è sparita), perfettamente socializzati, ben disposti a giocare con gli ospiti e del tutto a loro agio.

gioco

Un gatto ci ha anche accompagnato alla porta quando siamo andati via.

uscita

Insomma, chiedono tutti in giro per internet, e’ sfruttamento dei gatti? Perchè gli animalisti non si oppongono come con i circhi? La prima è una domanda filosofica, mentre la seconda è una considerazione qualunquista da commentatore medio el Corriere. Cosa intendiamo con sfruttamento? Utilizzo per reddito? Si, nel neko cafè il gatto è tecnicamente un animale da reddito. Lo sfruttamento è male di per sè? Questa è una domanda talmente filosofica, che non sono in grado di dare qui una risposta. Posso però fare alcune osservazioni pragmatiche. Etologicamente il gatto è un predatore solitario che a un certo punto della sua storia si è adattato piuttosto bene a diventare un animale domestico, per esempio mantiene da adulto il comportamento del gioco, per compensare eventualmente l’impossibilità di cacciare. Il gatto è più felice quando ha accesso all’esterno, certo, almeno finchè non incontra il padrone affogatore, il ragazzino torturatore, il vicino sadico, o l’automobilista distratto, ma confinato in casa con umani e altri gatti vive piuttosto bene, senza sviluppare particolari patologie ambientali nè fisiche nè psicologiche. Diversamente l’animale selvatico del circo, addestrato ad eseguire esercizi insensati (dal punto di vista comportamentale), soffre di moltissime patologie sia fisiche, soprattutto disturbi articolari dovuti agli esercizi come alle limitazioni di movimento in gabbie e camion e al clima incompatibile alla specie, sia psicologiche confermate dai comportamenti stereotipati da stress che si osservano praticamente senza eccezioni (basta sapere come sono fatti).

Comunque io stessa ero dubbiosa rispetto all’opportunità di tenere un gatto in un bar, ma da quanto ho visto è perfettamente possibile, a patto che ci si organizzi in modo adeguato e gli ospiti si comportino in maniera civilizzata.

(more photos – i gatti all’aperto sono i randagi di Yanaka, una storia del tutto diversa)

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