Il carrello

Io esco di casa e sono nel Medioevo, come in un romanzo YA.

Circondata da miracolosi integratori alimentari per la donna che affronta il cambio di stagione (quale stagione, chi lo sa, integrazione di cosa poi, non è dato saperlo), indispensabili addizioni di selenio, di omega 3, l’echinacea (quella la prendo anche io veramente, ma solo perché è contenuta nello spray alcolico che mi fa passare il mal di gola, ma grazie all’alcool ovviamente, essendo l’alcool batteriostatico), tre bacche goji per os al dì, il kamut che ti fa bene come ai faraoni, il raffreddore che non è un virus, nooo, il raffreddore è aver preso freddo, e il pene che è un muscolo. Naturalmente sono tutti intolleranti a qualcosa, ma se ti informi sui loro esiti diagnostici, non ce n’è di esiti diagnostici, mai stati dal medico, però se mangiano la pizza si sentono gonfi. Gonfi. Il gonfiore. Come la Marcuzzi. Forse hanno bisogno di più bifidus acti regularis o come si chiama quell’ingrediente pidgin. Otto su dieci a dieta dimagrante, la dieta 3M, la dieta Montignac, la dieta del Centro Figurella.

L’unico che mi capisce è il collega body builder.

Io mi sento talmente sola durante la mia giornata, scienficamente parlando, che ogni tanto devo consultare l’EFSA per consolarmi. Per fortuna ho un amico che ci lavora, altrimenti dovrei chiamare il centralino e raccontare i miei guai al primo malcapitato. Forse all’EFSA dovrebbero attivare un numero di ascolto. L’EFSA Amico, per chi passa la sua giornata nel Medioevo YA.

Non è neanche colpa della folle se sono ignoranti. Quand’è nella vita che ti viene fornita una educazione scientifica? Nell’asilo Reggio Approach c’è qualcosa, ma appena terminato l’idillio malaguzziano ti sbattono a sillabare e addio scienze, giusto un po’ di matematica e qualche piano inclinato con l’osservatore.

L’altra settimana ero a fare bird watching e nel capanno entrano tre ragazze sui venti portati male, con le Hogan tarocche. Molto beneducate però. Sottovoce una dice “oddio c’è una talpa, oddio oddio mi guarda, mi ha guardato negli occhi!”.

La talpa. La talpa che ti guarda negli occhi.

D’altra parte chi si può incolpare? Non c’è una singola figura, terminata la scuola materna, che sia stata preposta a insegnare a questa povera donna che la talpa è cieca e con gli occhi atrofizzati, da cui le espressioni “cieco come una talpa”, “cieco come un talpone”. Nessuno. Forse essendo passati meno di vent’anni dalla scuola materna avrebbe potuto fare lo sforzo e ricordarsi, ma magari non è andata all’asilo Reggio Approach, o forse è perché i suoi vent’anni li portava proprio male, per non parlare delle Hogan tarocche. Rivaluto molto la mia collega che una volta ha visto una nutria e credeva di aver visto un castoro, almeno aveva improccato la famiglia! Tra l’altro porta bene i suoi anni e indossa sempre belle calzature.

Comunque capite bene che in tutto ciò, l’esisenza di Dario Bressanini è una benedizione.

Non fosse che pure lui un po’ mi intristisce. Mi intristisce perché vorrebbe giustamente affrancarmi dal marketing alimentare, ma alla fin fine ragiona solo in termini di consumo, esattamente come chi fa marketing alimentare. Chi fa marketing alimentare ha un solo criterio. Si vende facilmente? I criteri di Bressanini sono due. E’ buono di sapore? Da cosa è composto chimicamente? Due criteri rispettabilissimi per carità, ma sono ancora troppo pochi, mi sento comunque consumatore, di quelli produci consuma crepa, un tizio che trascina un carrello per il supermercato, in un Medioevo YA.

Il fatto è che il mondo contemporaneo vive un tremendo disagio rispetto al cibo. Io derido i mie conoscenti a dieta, intolleranti isterici e vittime di leggende metropolitane, ma in realtà comprendo il loro problema. Gli si chiede di ingurgitare roba in base alla comunicazione pubblicitaria. Poi ingrassano e si sentono gonfi. E non sanno perché, allora giustamente si agitano e iniziano a crede alle cose. Alla magia. L’integratore magico, la dieta magica, la privazione magica.

Scusate, è molto proppiano tutto questo. E’ l’aiutante magico!

Io e il mio collega body builder stiamo cercando di far notare a tutti quelli che incontriamo, uno ad uno che abbiano in mano uno snack industriale, che il secondo/terzo ingrediente, cioè una parte notevole di quello che stanno mangiando, è l’olio di palma, un grasso vegetale economicissimo per il produttore, che però ha un impatto ambientale orribile e per di più è un grasso saturo quindi ti fa anche male. Secondo voi stiamo incontrando un qualche successo?

Appunto.

Ora, tutto questo disagio per cui la maggior parte della gente lotta costantemente con il cibo, con la sua traboccante disponibilità industriale, con l’incomprensibilità della lista degli ingredienti in mancanza di una cultura scientifica, con i trucchi del marketing industriale, tutto questo disagio forse dovremmo prederlo in considerazione, invece che limitarci a chiederci se è buono e da cosa è composto chimicamente.

La folla, la gente, non è necessariamente retrogada, è solo ignorante e sofferente. Alienata, marxisticamente parlando, dai mezzi di produzione. La gente non è in grado di far crescere nemmeno un radicchietto da taglio. Questo la rende preda facile del primo che passa.

Come risolviamo? L’industria alimentare ha risolto a suo favore con il greenwashing, naturale è bello, che è un principio che significa assolutamente niente, come Bressanini fa sempre notare. Naturalmente non è il compito di Bressanini risolvere il problema dell’alienazione della gente dalla produzione degli alimenti, per carità. Ma già che c’è, e che gli interessa il comportamento del consumatore, potrebbe anche provare a chiedersi perché il consumatore è così boccalone.

Io personalmente sono in cerca di conforto, sotto forma di dato scientifico, e vorrei un dato scientifico più completo. Non mi basta sapere se è buono di sapore e da cosa è composto chimicamente. Io voglio sapere da dove viene, così per curiosità e per variare, proprio per evitare sempre lo stesso terreno con sempre la stessa composizione, per ridurre le emissioni di C02, per sapere quanto è controllato dalle mafie quel territorio, chi lo lavora e quanto guadagna, se è uno schiavo o se è un lavoratore regolare, se il prezzo che riceve il produttore è giusto. Voglio sapere quanto ha sofferto l’animale e voglio poter influire sulla quantità di sofferenza. Voglio sapere quanta fauna selvatica è stato necessario eliminare. Voglio infine conoscere le prospettive di sostenibilità a lungo termine di quel prodotto. Ma non posso. Quindi insomma ho smesso di andare al supermercato. Come quelli che non guardano la tv, io non vado supermercato. Coltivo io, o vado dal contadino qua in fondo alla strada, o vado dall’allevatore che macella, o al mercato e faccio domande a trabocchetto al pescivendolo, o alla Coldiretti. Che vi devo dire. Quest’anno ho anche trovato le piantine di pomodoro black krim, mi sento comunque un po’ alienata perché questi cultivar heirloom non sono che consolazoni marginali, ma almeno posso rispondermi a quasi tutte le mie domande di cui sopra.

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