Croce di luce

Il mese scorso mi ero tolta il pensiero dei feti in bottiglia con una visita lampo ai nuovi Musei Civici, ora sono potuta tornare con più tranquillità, conoscendo già la via più breve per i nuovi spazi.

Sono ammirata innanzi tutto dalla planimetria, accogliente, sorprendente, senza essere labirintica. Il piano terra è rielaborato in modo da risultate meno lugubre, per quanto la morte continui a dominarlo con il suo puzzo di tassidermia. Incidentalmente, il puzzo di tassidermia è pessimo per chi ha i polmoni ipereattivi e nel complesso il museo rimane un po’ asfittico dal punto di vista dell’ossimetria, per quanto le finestre siano posizionate in modo interessante. Questo significa che se arriverete vivi al secondo piano, potreste aver bisogno del Ventolin per raggiungere il terzo.

La mia impressione, positiva, è che si stia cercando di dare un significato più contemporaneo alla collezione di tassonomie morte, sia quelle umane in barattolo, sia quelle umane paleoetnografiche, che quelle animali impagliate. Innanzi tutto con il pastiche dell’ingresso, e poi attraverso una via diretta al primo piano, con la promessa dell’arte. Naturalmente la morte grottescamente occhieggia ovunque, dalla libreria piena di uccellini morti piazzati tra un libro e l’altro, dal soffitto dei pesci morti che ti volano sulla testa (c’è pure una foca che vola, probabilmente tu sei sul fondo del mare e loro ti nuotano sula testa), dai mille scorci inventati da Rota, naturalmente hanno piazzato il capodoglio in modo che tu lo scorgi di sbieco, a sopresa.

Ecco, anche questa idea delle Wunderkammer è eccellente, perché rilegge la collezione eclettica mettendola in prospettiva e sdrammatizzandola, permettendoci finalmente anche di criticarla. La falagne di Ludovico Ariosto, accanto a figurine intagliate che rappresentano la fauna artica, accanto alla testa di uomo spellato, più in là c’è pure Steve Jobs. Se per tutta l’infanzia abbiamo odiato i feti in bottiglia, ma li abbiamo osservati e sono diventati il nostro alfabeto (geniale Parmiggiani), insieme alla zebra inpagliata, alla testa di giraffa con tanto di collo e agli altri orrori, badate noi sapevamo benissimo che erano orrori, a voi sembravano cose serie e interessanti perché eravate vecchi, eravate arrivati da un altro tempo dove si, erano effettivamene interessanti. Eravate vecchi allora, figuriamo adesso, ma può essere che nel frattempo siate ringiovaniti nella mente, io ci spero.

E sapete che vi dico del capodoglio, io quel capodoglio l’ho visto decine di volte, sotto lo sguardo di adulti saputi in gita, ma finchè non ne ho visto uno in mare, non sapevo proprio niente dei capodogli. Questa è la mia personale rivincita contro l’opprimente educazione convenzionale, aver visto Tiaki il capodoglio, da una barca, al largo di Kaikoura New Zealand. Il mare era grigio.

Detto questo, i nuovi Musei Civici riservano deliziose sorprese, di memoria locale e memoria collettiva, mi complimento con i curatori che le hanno collocate in modo così favoloso. Innanzi tutto la tazza d’oro di Montecchio, così danneggiata da millenni di aratri in campagna eppure così bella. Poi Croce di luce di Parmiggiani, che avevo avuto già modo di vedere anni fa alla chiesa di via San Carlo. Posso dirvi che profuma ancora di curry. La Venere di Chiozza. I disegni degli aerei, quando venivano fabbricati alle Officine Reggiane. Le foto di Ghirri alla Galleria Parmeggiani, quello si un eclettico Parmeggiani, con il suo palazzetto finto gotico. Hanno una luce, le foto di Ghirri alla Galleria Parmeggiani, che io non l’ho vista mai con i miei occhi alla Galleria Parmeggiani, eppure ci sarò state cento volte. Un luce che ho fatto scattare l’allarme tanto mi sono avvicinata per entrare nelle foto e trovarmi per magia alla Galleria Parmeggiani, che poi è 500 metri più in là, non fosse per quell’orrendo cantiere del nuovo parcheggio sotterraneo che ci costerà la morte di parecchi alberi maturi del parco, magari possono aggiungerli alle tassonomie morte del museo, sarebbe molto postmoderno.

crocediluce

Poi un po’ di Fluxus, non sei a Reggio Emilia se non c’è un po’ di Fluxus, e la stanza dedicata ai numeri di Fibonacci. Io sono affezionata particolarmente ai numeri di Fibonacci, per aver scoperto per caso, a diciott’anni, su un libro di fotografia, cosa fosse la sezione aurea (nessuno si era curato di spiegarmelo prima), nozione che ha notevolmente cambiato il modo in cui io osservo praticamente tutto.

 

Advertisements