Nove su Dieci

Questa mattina andando in ufficio ho allungato la strada al solo scopo di fermarmi in edicola a comprare Repubblica, per leggere il pezzo di Clerici sulla finale del Roland Garros. Non lo mettono mai online, e se poi su Ubitennis non lo trascrivevano nella rassegna stampa, io come facevo.

E’ sempre una grande soddisfazione, devo dire, trovarmi d’accordo con lo Scriba. Io ieri, quando mi sono seduta sul divanto verso le 15:00, davo Djokovic vicente in tre set. Spietata. Non ditelo a Nadal, per favore, ci rimane male, proprio io che lo tifo da un decennio. Insomma ero del tutto rassegnata ad una supremazia tecnica, tattica e fisica di Nole. La faccenda è persino peggiorata nel primo set, perché era evidente che Nadal poteva farcela, per mobilità, servizio e angoli, eppure perdeva. E’ la situazione tragica. E’ estremamente frustrante. E so benissimo poi come va a finire, io ci rimango male, ma Nadal ci rimane proprio malissimo e finisce che poi piange nello spogliatoio, un pensiero insopportabile, Nadal che piange sotto una doccia del Roland Garros. Ma nel mezzo di questi pensieri nerissimi, Nadal si è sollevato, con vigore di braccia e gocciolante di sudore, Djokovic ha iniziato ad innervosirsi, ha vomitato in campo, ha fatto gli occhi da pazzo (quando Djokovic fa gli occhi da pazzo è segno che sta per perdere definitivamente la testa), Nadal ha tenuto, e Djokovic è crollato psicologicamente pezzo per pezzo fino al doppio fallo finale.

E’ stato fantastico. Nadal che vince il suo nono Roland Garros contro il mio stesso pronostico. Ma non era un pronostico squinternato, era lo stesso pronostico dello Scriba, un pronostico da spettatore navigato, che crede di potersi difendere un po’, psicologicamente, e invece a volte finisce comunque incredulo e persino un tantinello scosso.

RG14Borg

Nove volte Rafa, è il Nadal Garros l’illuso Djokovic perde il filo e il match

Il serbo travolgente nel primo set, poi qualcosa s’inceppa. lo spagnolo è da record: e merita solo applausi

Gianni Clerici

Non sazio del suo record di 8 successi parigini, Rafa Nadal è riuscito a cogliere il nono, tra la sorpresa della maggior parte dei bookmaker, e anche dello Scriba. Nella mia giovanile inesperienza andavo scrivendo sin dalla prova generale di Roma che Djokovic era pronto alla successione definitiva. Definitiva perché, meditando – diciamo cosl – sui 41 confronti diretti con Nadal, mi ero reso conto che questi seguissero un andamento di cronica ripetività. Gli ultimi quattro erano andati tutti a Novak, che pareva quindi aver trovato la combinazione per aprire, se non proprio scardinare, la cassaforte maiorchina. Avevo dunque ribadito la mia convinzione, basandomi non soltanto sulla maggior freschezza di Djokovic, ma soprattutto sulla sua tattica, che mi pareva adattissima a mettere in crisi Nadal, o addirittura, in circostanze come quella romana, la sua controfigura. Mentre tutti, o quasi, gli avversari di Rafa si dedicano al tentativo di evitare il mortifero diritto anomalo, Djokovic aveva scelto proprio di insistere su quel colpo, limitandone i possibili angoli, e privando così Rafa della sua arma mortifera.

Sia ben chiaro che per un simile atteggiamento son necessarie capacità controffensive di grande gestualità, e di non minor serenità. Ma Djokovic si era convinto a costruire una simile base, per rimanere paradossalmente meno vulnerabile ai terribili uncini, dei quali tutti sono vittime proprio nel cercar di evitarli. Questa tattica, attendista sin che si vuole, necessita insieme grande condizione atletica, e assoluta lucidità. Nel match di ieri Nole è stato tatticamente perfetto nel corso del set di avvio ma, seppure in vantaggio, è parso sorpreso, e poi sinceramente preoccupato, dalla tonicità di Rafa, complementare a ritrovata incisività non solo sul rovescio, ma negli scatti e addirittura nelle volè.

Dopo un inizio che aveva spinto non solo lo scriba, ma la maggior parte degli spettatori professionisti, a immaginare una ripetizione degli ultimi match, il secondo set è mutato nei pressi della metà, quando giunto il primo, inatteso, break a Nole. Break complicato da un intervento dell’arbitro francese Pascal Maria, in buona fede, e peraltro poco gradito a Djokovic, per vicende passate. Quel break nel sesto game, che avrebbe portato Nadal a 4-2, sarebbe stato immediatamente seguito almeno aritmeticamente, da un break back in favore del serbo. Ma, proprio da quell’istante, doveva iniziare una forse involontaria variante tattica, con un Djokovic che apriva gli angoli avversi, consentendo al contempo a Rafa, sin li incollato alle reclame, di guadagnare campo.

In quella vicenda d’un tratto mutata, forse per il servizio perduto, forse i ricordi negativi associati all’arbitro, Djokovic pareva smarrire la lucidità sin li dimostrata. Iniziava infatti una nuova partita, nella quale la ritrovata vitalità di Nadal avrebbe avuto la meglio. Soprattutto nei due games finali del set, nei quali un Djokovic esterrefatto quanto falloso, avrebbe subìto un parziale di otto punti a uno.

Simile sequenza si sarebbe allungata in una striscia di venti punti a cinque, con un 12 a 4 e un nuovo break all’inizio del terzo set. Inizio che, non troppo paradossalmente, ne avrebbe condizionata la fine. Mentre Nadal rimaneva confitto come un mobile chiodo nella vicenda, evitando addirittura gli abituali muti dialoghi con lo zio Toni, Djokovic avrebbe preso a distrarsi in continui siparietti di scoraggiamento, continui sguardi alla sua panchina, a Vajda e Becker, e addirittura alle sue proprie invisibili divinità. Era, quel quarto e decisivo set, non soltanto una recita ammirevole di Nadal, ma l’incerto dialogo del suo deuteragonista, che aveva dimenticato la parte, e volgeva altrove gli occhi, quasi cercasse aiuto o ispirazione.

E quindi Bjorn Borg, non meno ammirato di tutti noi, avrebbe alfine consegnato la Coppa con l’ammirazione e l’incredulità che io stesso, vecchio spettatore, non posso non provare per chi è riuscito a vincere un Grande Slam nove volte. Chapeau, dicono qui, ma Nadal merita addirittura una corona.

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