Tazaki Tsukuru

Ho iniziato a leggere Tazaki Tsukuru martedì sera, un capitolo prima di dormire. Non avevo idea che si trattasse di un romanzo sulla morte. Durante questo anno di attesa dall’uscita dell’originale giapponese mi era parso di capire che il tema fosse l’amicizia, e lo è in effetti, almeno in parte, ma la cornice è indubbiamente la morte.

Non ero particolarmente dell’umore per leggere un romanzo sulla morte.

D’altra parte le logiche editoriali sono quelle che sono, ed eccoci qui con la copia italiana di Tazaki Tsukuri, in un rassicurante hardcover Einaudi con la stessa copertina dell’originale. Ero preoccupata per la faccenda del colore. Cioè sapevo che Tazaki Tsukuru era senza colori, non avevo indagato il motivo, l’unica cosa che mi interessava era che non venisse tradotto come grigio. Per alcuni mesi era sembrato che accadesse proprio questo, ero così preoccupata che mi ero persino lamentata con Antonietta Pastore, io ingrata che la considero la mia traduttrice preferita dal giapponese eppure non riesco a fidarmi. Lei gentilmente mi aveva confermato che Tazaki Tsukuru sarebbe stato incolore, ma più avanti nel libro ci sarebbe stato anche un grigio.

Il mistero di infittisce.

Il fatto è che i grigi, per una personcina della mia posizione generazionale e con il mio raggio di interessi, sono senza dubbio gli alieni reticuliani. E’ questa l’associazione diretta nel mio cervello. Io capisco che per persone collocate diversamente nel grande grafo dell’immaginario culturale possa non essere così. Ma tra alieni reticuliani, gnomi malvagi che fanno ho ho ho, Turing e la sua fissazione per Biancaneve, io non mi sento per niente tranquilla, scusate.

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Mercoledì ho portato con me il libro in ufficio. Naturalmente non posso leggere libri in ufficio, perché devo svolgere il mio challenging, white-collar, college-graduate job. L’ho portato per tenermi compagnia. Nemmeno in pausa pranzo ho potuto leggere, perché dovevo andare in piscina a battere il crawl. Non che fosse una premonizione, lo faccio d’abitudine, il mercoledì, di battere il crawl. In ogni caso la vita dello sportivo che legge Murakami è così, prima o poi un personaggio fa esattamente quello che faccio io, in una condizione d’animo simile, peccato solo che io non possa leggerlo in contemporanea perché leggere mentre si fanno cose è sostanzialmente impossibile (lo vedo che la gente legge sul treadmill ma io disapprovo), in particolare nuotare. Sono affascinata da questa scelta lessicale di Antonietta Pastore nel libro, antiquata ma al tempo stesso estremamente precisa, battere il crawl. Mi chiedo perché invece abbia optato per un vago “girare” al posto dell’apporiato “virare“. Rimarrà un mistero, non ho intenzione di disturbare di nuovo Antonietta Pastore.

Mercoledì sera prima di cena ho letto fino al capitlo sette compreso. Il bromance, ero in visibilio assoluto. Prima di dormire ho letto il capitolo otto, nella semioscurità di una vecchia lampada di design che ho recuperato dall’arredamento anni ’70 della casa dove abitavo da piccolissima. Ecco, il capitolo otto mi ha spezzato il cuore.

Giovedì mattina ho appoggiato il libro sulla scrivania è ho atteso pazientemente, da adulto funzionante, che arrivasse l’ora in cui potevo per contratto ricominciare a leggerlo, cioè le 12:30. Ho letto in mensa, vicino alla finestra, dopo aver mangiato un piatto di orecchiette ai broccoli, disturbando moltissimo due donnette che si erano sedute all’altro capo del tavolo lungo, erano arrivate da sole ma poi volevano unirsi a loro certi loro colleghi e quelle erano molto stizzite per il fatto che a causa mia non c’era spazio per tutti. “Quando siamo arrivate non c’era nessuno”, ha detto una a voce alta, mentendo a visto aperto visto che io ero lì da almeno 20 minuti prima di loro. Oppure fino a quel momento Murakami mi aveva garantito una qualche forma di invisibilità. Naturalmente ho fatto finta di non sentire. A quel punto ero a metà del capitolo 10 e molto angosciata dalle rivelazioni di Aka e perseguitata dall’intuizione che Haida si fosse assentato per dieci giorni per andato a strangolare Shiro. Le due donnette si sono alzate infastidite e sono andate a sedersi ad un altro tavolo lungo, visto che c’erano almeno sei altri tavoli lunghi liberi. Ho terminato il capiolo 11 insieme al caffè. Sono tornata in ufficio e di nuovo ho posato il libro muto sulla scrivania fino al successivo orario contrattuale per leggere.

Sono andata in palestra, ho eseguito un circuito ascoltando l’episodio #51 di Night Vale che era uscito nel frattempo, probabilmente con un sorriso da squilibrata in volto, ho fatto stretching, riascoltando parte dell’episodio, quello che mi fa sorridere come una squilibrata. Ho indossato un bikini, spalmato la protezione 30 e sono andata a immergermi nella piscina dell’acquagym che si trova sul tetto palestra e che a quell’ora sapevo essere vuota. Ho galleggiato pensando ad Haida. Poi mi sono sistemata all’ombra, ho fatto partire uno shuffle di brani di Nick Cave, e ho letto il resto del libro, compresivo di ritrovamento del barattolo di Midorikawa in un bagno di una stazione di Tokyo, lasciano a parte solo il capitolo diciannove.  Per risposare gli occhi guardavo di tanto in tanto le cime degli alberi. Nessuno lo sa, in effetti qualcuno la sa per esempio io, statisticamente parlando siamo irrilevanti, ma alcuni di quegli alberi hanno le radici in un’area recintata, schermata e vigilata con le telecamere a circuito chiuso. E’ un piccolo rettangolo, che se serve per raggiungere un’altra dimensione. Si tratta di un esperimento. Lasciare il bosco di pianura completamente a se stesso, niente potature, niente manutenzione, niente di niente, per poter vedere, un giorno, com’era il nostro bosco di pianura, dato che nessuno di noi l’ha mai visto essendo scomparso secoli fa. Naturalmente la stragrande maggioranza delle persone non ha mai pensato che qui possa esserci stato un paesaggio diverso da quello attuale o addirittura uno strano paesaggio estinto, di cui le tracce sono rimaste solo in letteratura. Un paesaggio che nessun uomo vivente ha visto, neppure chi come me si accolla numerosi incomodi, ad esempio mettere nel bucato le calze antisanguisughe, per andare a camminare nei brandelli di foresta primaria rimasti sul pianeta. Non esiste più alcuna foresta primaria in questo clima specifico, quindi non abbiamo termini di paragone. La gente di solito crede che un bosco abbia l’aspetto dei boschi antropizzati che si vedono qua e là. E’ per questo che non sanno del quadrato ed è per questo che non lo vedranno mai. Al massimo possono vedere le cime degli alberi, clueless.

In ogni caso la Finlandia di Murakami era perfetta. Naturalmente Tazaki Tsukuru ha noleggiato la mia auto.

Ho guidato fino  a casa e ho aspettato il buio, cioè le 22, per leggere il capitolo diciannove. Conservavo molte speranze per il capitolo diciannove. Naturalmente speravo nel ritorno di Haida, anche se sulla strada dalla piscina mi chiedevo se Haida fosse mai davvero esistito, forse era solo un aspetto di Tuskuru stesso, o una proiezione di Shiro e Kuro, o le due cose insieme. Ma speravo anche in Sara veramente. Sono stata così ingenua da non aver pensato all’inevitabilità della morte.

Murakami è uno dei pochi scrittori per i quali l’intenzione dell’autore mi interessa più del significato nel contesto culturale. In pratica. Murakami mi interessa come individuo. Paradossalmente questo nasce da una questione contestuale e cioè che Murakami si dedica alla scrittura perché desidera essere un individuo, in una società, quella giapponese, dove il concetto di individuo è del tutto secondario a quello di colletività. Quanto la mia esperienza individuale è simile e quanto dissimile a quella dei personaggi di Murakami? E’ fondamentalmente quello che mi interessa.

Haida è il sesto dito. Questo è terribilmente triste. Non ha importanza chi ha ucciso Kuro, tant’è che nessuno si preoccupa di spiegarcelo, perché l’individuo non ha importanza in fondo sono stati tutti a uccidere Kuro, e anche questo è terribilmente triste. Per di più, quando tutti i tentativi di avvicinarsi agli altri si esauriscono, si muore. Fate un po’ voi. Si è sempre morti parecchio nei romanzi di Murakami, ma solitamente si trattava di morire o quasi per raggiungere una parte più intima di se stessi, come in Hard Boiled Wonderland, o per tentare di mettersi in contatto con una diversa dimensione del mondo, come Toru nel pozzo di Wind-Up Bird.

Questa idea che tutto d’improvviso sia diventato impossibile vivere di se stessi, per quanto si batta il crawl, è piuttosto spaventosa. Suppongo che possa essere considerata una evoluzione in Murakami, che veniva da una lunghissima riflessione sulla manipolazione dell’individuo nelle sette pseudoreligiose e ora si trova in un Giappone post 3/11. Certo mi spaventa perché forse io questa volta dovrò rimanere un po’ indietro.

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