Fuori Luogo

Io si può dire che sono una groupie di Mario Tozzi, vado di conferenza scenica in conferenza scenica, una volta mi sono pure commossa, ma questo Fuori Luogo su L’Aquila non l’ho capito, nel senso che non ho proprio capito lo scopo.

in linea di massima mi pare che la tesi sia, eh, ci sono i terremoti, le case cascano, qualcosa in teoria si potrebbe fare volendo, per esempio in Giappone hanno bei sistemi antisimici, peccato che poi arriva lo tsunami e muori lo stesso, già.

Intanto non ha spiegato la tettonica delle placche e questo mi preoccupa. La tettonica delle placche va rispiegata ogni volta daccapo, perché la gente se la scorda. Forse Tozzi si illude che ormai sia stata assimilata? Ne dubito. Io credo invece che Tozzi ci stia dicendo, non la volete studiare la tettonica delle placche, allora arrangiatevi, tenetevi le vostre case che cascano, lo tsunami, le controversie sulle commissioni grandi rischi, il Duce, le new town, whatever, io mi faccio un giro in seggiovia.

E che deve fare pure Tozzi? Si porta in giro il peso dell’insostenibilità, va bene che ci siamo noi groupie, ma alla fine è un peso che logora. La gente non studia, non studia la tettonica delle placche (percorso dididattico scienze della terra, alle superiori), non studia le new town (Geografia I), non può studiare perché deve lavorare, o andare dal dentista, o andare a un funerale, spesso pr davvero.

Una cosa che ho notato anche io è che la disillusione, oltre un certo livello di guardia, inizia ad assogliare ad un blando ottimismo. Come nella simulazione di terremoto al museo di Auckland, dove tu stai nella tua casetta con la finestra panoramica vista vulcano, ad un certo punto trema un po’ tutto, la tv si spegne e poi ti scoppia in faccia un vulcano e sei morto, peccato. Però all’uscita una voce ti raccomanda di ritirare l’opuscolo cosa fare in caso di terremoto, utilissimo per quando ti scoppia in faccia il vulcano.

Il drone però mi è piaciuto. Vedete, negli studi interdisciplinari, quando le cose funzionano, si ha esattamente questa sensazione, di osservare i fenomeni da una altezza ideale e anche con una certa facilità di manovra, cogliendone così aspetti altrimenti nascosti.

E’ triste, certo, è il peso dell’insostenibilità, ma almeno ci si libra un po’ nell’aria, e così si conquista una forma strana di libertà, tutta personale, di poter andare intellettualmente per la propria strada.

Tozzi

 

 

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