スタジオジブリ

Avevo fatto appena in tempo a finire di studiare il katakana quando ho avuto l’occasione di vedere il documentario sullo Studio Ghibli. Non mi pare che questa competenza acquisita recentemente mi abbia aperto chissà quali porte della percezione, ma almeno ora non mi sento più afflitta da analfabetismo. Comunque come potete constatare non perdo occasione per vantarmene. Il nome giapponese dello Studio Ghibli è simpatico. E’ scritto in katakana perché così si scrivono le parole straniere, aggiungendo vocali per completare opportunamente le sillabe (nientre cluster consonantici in giapponese) ed evitare le elle (niente elle in giapponese), mentre Ghibli non è il vento bensì l’aereoplano di Caproni.

Il Regno dei sogni e della follia è un documentario emozionante per tre motivi principalmente. Il primo è lo spettro di Heidi che aleggia sull’intera produzione. Heidi che ha dato inizio a tutto, Miyazaki che si tiene in casa le capre finte di un diorama di heidi perché gli dispiaceva che finissero in magazzino e allora le tiene in casa davanti alle finestre così i bambini quando passano sono contenti, Heidi di cui si narra in famiglia io fossi maniacalmente ossessionata. Il secondo motivo è la sensazione di energia inquieta che la persona di Miyazaki trasmette, almeno a me, sarà forse per la questione dell’aviazione (in particolare degli zero, che recentemente ho ritrovato anche in Mishima, Confessioni di una maschera). A quanto pare la compiutezza dei suoi film è frutto di un lavoro di riordino interiore duro e inevitabile. Terzo motivo, il rapporto di rivalità e amicizia tra Miyazaki e Takahata. Io ho un enorme debito nei confronti di Isao Takahata, il più generoso degli animatori della mia vita. Per Heidi certo, o almeno così mi dicono, perché io non ricordo di esserne stata ossessionata, ricordo che mi piaceva e questo e tutto, ma chi era presente strabuzza gli occhi e dice che è stato un periodo ai confini della follia quindi non c’è nulla che io possa ribattere. Per Anna, Peline, Marco, ma soprattutto per i lungometraggi. Il fatto è che Isao Takahata chiede moltissimo al suo spettatore. Immagino sappiate cosa indendo per via di Una tomba per le lucciole. Ma anche Pom Poko e Omohide Poro Poro. Non è facile rivederli. Un film di Miyazaki è completo in sè, può vedersi da solo, in una sala vuota. Un film di Takahata ha bisogno di uno spettatore che entri nella narrazione.

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Quando la Principessa Splendente è uscita al cinema io ero a Lucca Comics, vale a dire nell’occhio del ciclone. Naturalmente è un lungometraggio straziante, comprensivo di dolci boschi di bambù, magnifici tessili che roteano, condizione borghese della donna e strani misteri spaziali. Quando penso al terzo pretendente, il principer Ishitsukuri, quello che capisce tutto, forse capisce finalmente, forse non mente, forse è sincero, l’unico che comprende la bellezza del mondo, il loto a bordo strada, vivere come i fiori nei prati, salvo poi scappare orripilato alla vista di una principessa molto più brutta del previsto (in realtà l’ancella mascherata per metterlo alla prova, o la moglie, non ho capito bene), mentre Kaguya piange, penso che davvero non ci resta altro che tornare sulla fredda luna dalla quale siamo venuti. Eppure ho già rivisto due volte la Principessa Splendente. Forse perché il Regno dei sogni e della follia mi ha reso così evidente il mio debito nei confronti di Isao Takahata e ora non posso più sfuggire agli spazi che ha lasciato apposta per me nella narrazione.

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