The Buried Giant

Io mi trovo sostanzialmente d’accordo con Harold Bloom quando dice che uno dei tratti fondamentali dello scrittore immortale è la capacità cognitiva. In questo senso considero Kazuo Ishiguro un genio. Kazuo Ishiguro ha una comprensione della natura umana più profonda e completa di quella che abbiamo noi (parla per te, mi direte), quindi ci è necessario leggere i suoi libri per capire le cose.

E’ in questo spirito che ho letto The Buried Giant,  che stavo aspettando in paperback ma non credevo fosse già uscito, l’ho fortunosamente trovato nella libreria degli imbarchi A di Heathrow, probabilmente era una edizione da aeroporto. Tra l’altro avevano anche il Colour me good di Ryan Gosling, ma purtroppo quello di Cumberbatch era esaurito.

Comunque, ho letto la prima parte di The Buried Giant mentre volavo, bevendo tè e rifiutando zucchero, latte e persino il cucchiano. Ma cosa volete che ci faccia con il cucchiaino di plastica se non ci metto niente dentro al tè. Tra l’altro io specifico sempre da subito che non voglio niente dentro al tè, così la hostess non deve chiedere milk and sugar visto che le hostess odiano doverlo chiedere tutte le volte, allora perchè insistere con il cucchiaino?

Tutta questa storia del tè per introdurvi al pericolo spoiler. Fermatevi qui se non volete sapere cosa succede in The Buried Giant o in A Pale View of Hills. A quanto pare oggi per essere civilizzati bisogna garantire una costante potenzialità di suspance al pubblico. Oltre a fotografare il proprio cibo.

Insomma la prima parte di Buried Giant mi ha messo in una condizione psicologica pietosa. Che pena per questi due poveretti che non hanno una candela per notte in inverno, che ansia che non riescono a ricordarsi se hanno avuto un figlio o no, che strazio che non per quanto si sforzino non ricordano neppure se si sono amati o no nella vita, per non parlare della comunità chiassosa e sadica che qua e là dimentica le cose importanti, le dimentica proprio, come se non fossero mai accadute, esattamente come succede nella realtà.

E la bruma sulla brughiera! E le superstizioni di orchi!

L’elemento straniante che sottolinea l’orrore della condizione umana.  Come in Un pallido orizzonte di colline quando la madre affoga i gattini nello stesso modo in cui la donna aveva affogato il bambino, davanti alla piccola Mariko, apposta. Terribile. L’umanità è orribile e tutti facciamo finta che vada bene così, ci adattiamo spontaneamente all’orrore. Come in Never Let Me Go.

Il giorno dopo però è accaduto un fatto allarmante. Continuando a leggere ho scoperto che la bruma era in effetti alito di drago, con tanto di sortilegio di Merlino e per questo la gente dimenticava le cose importanti, per di più gli orchi c’erano sul serio. Insomma, era proprio fantasy con tutti i crismi del canone.

Ora. Io adoro il fantasy. Leggo tutto il fantasy che mi pare, alla faccia vostra che ancora vi vergognate a leggere Tolkien perché avete paura di passare per uno di Casa Pound. Io leggo quel che mi pare, forte dell’aver studiato letteratura all’università nell’epoca d’oro dei cultural studies. Per me la polemica contro il fantasy genere minore è ridicola, è roba per patetici sprovveduti che non sanno nulla dell’epoca d’oro dei cultural studies. Fa bene Ursula Le Guin ad offendersi pubblicamente ogni volta che qualcuno se la prende con il fantasy. E’ pur vero che sono stata informata che in accademia l’epoca d’oro è finita e ora si respira atmosfera reazionaria. Questo mi dispiace. Ma sono problemi dell’accademia, i problemi dell’accademia non mi riguardano più, io adesso scrivo software per soldi. E comunque intorno al 2048 la terra diventerà inospitale a causa dei cambiamenti climatici quindi è inutile stare e polemizzare, meglio leggersi tutto il fantasy che si desidera finché si è vivi.

Detto ciò, avrei preferito che The Buried Giant contenesse un solo elemento fantasy, così come il perfetto Never Let Me Go include un solo elemento di fantascienza. Questo perché l’allegoria sarebbe stata più sottile, più potente, come succede appunto in Never Let Me Go. La straniamento meno afferrabile, più inquietante.

Il fatto è che all’inizio io avevo tremendamente a cuore la sorte di Axl e Beatrice, poveretti in mezzo all’umanità che non riesce a tenersi a mente le cose importanti e sta tutto il giorno invece a pensare a scemenze e superstizioni, esattamente come nel mondo reale. Ma come personaggi di una quest arturiana, ho un po’ perso la partecipazione, per quanto il senso in fondo sia esattamente lo stesso. Beatrice muore alla fine oppure vaga solitaria nell’isola della morte? Non fa differenza. Era vecchia e malata, dispiace certo, ma pazienza. Che fine fa Axl? Boh, è lo stesso.

Comunque mi ha fatto un gran piacere ritrovare Sir Gawain. Peccato che muore.

Ho letto che Ishiguro alla pubblicazione si è preoccupato di come sarebbe stato accolto il romanzo, se sarebbe stato deriso in quanto fantasy genere minore oppure preso sul serio per l’allegoria. Ursula Le Guin giustamete s’è subito risentita, perché uno scrittore non dovrebbe temere di venire etichettato. D’altra parte forse qui Ishiguro faceva bene a preoccuparsi, non per l’eventuale etichetta che è irrilevante, ma perché in effetti la scelta fantasy, per quanto filologicamente legittima (Sir Gawain and the green night anyone?), finisce un po’ per allentare le maglie intorno al lettore, che man mano si allontanta emotivamente da Axl e Beatrix.

Parla per te, direte voi.

ishiguro

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