TED

Molto spesso parlo in pubblico per lavoro, sempre più spesso in effetti, al punto che qualche volta poi continuo a sentire il suono della mia voce che riecheggia dentro al mio cranio per ore e per farlo smettere devo usare una tecnica di TM.

Non sono particolarmente dotata per parlare in pubblico, possiedo però alcune nozioni pratiche, che mi sono state insegnate in gioventù in teatro e in chiesa (pensa te).

Di conseguenza in questi anni ho guardato molti TED Talk, essenzialmete per documentarmi sulle tecniche. Confesso che in molti casi ho del tutto ignorato il contenuto, in altri il contenuto mi è parso cultura generale, in altri discutibile, ma a maggior ragione è stato interessante osservare la performance.

Allo stato attuale posso blaterare cose senza senso anche per tutto il giorno, e la platea non si rende  conto del vuoto, nota solo l’esposizione. In effetti vedo benissimo che alcuni personaggi scafati comprendono quello che sto facendo, ma in quei casi ho persino l’impressione che si mettano comodi e ascoltino per il gusto dell’esposizione.

Una volta ho anche subìto un corso apposito da parte di un coach, una esperienza profondamente fantozziana. Pensate solo che alla fine siamo stati costretti ad abbracciare il coach. [shudder]

Mi è del tutto chiaro che il motivo per cui parlo in pubblico per lavoro  è che sono disposta a farlo. La maggior parte delle persone si rifiuta. Io non vedo motivo di rifiutarmi quindi in pratica finisce che mandano me, mi sono accorta di questo meccanismo troppo tardi per poter tornare indietro. Per me non è particolarmente spaventoso parlare in pubblico, è solo faticoso fisicamente e mentalmente. Ma la trovo dopotutto una condizione privilegiata, una posizione di controllo, sul tempo (inizio, ritmo, pause, ecc.), sullo spazio (nessuno può entrare nel mio spazio personale) e sulle persone (nessuno puà aggredirmi o insultarmi). E’ molto più spaventoso trascorrere una giornata in ufficio, con il caos, i baci gli abbracci e le grida. Eppure gran parte della gente è terrorizzata, anche questo mi garantisce una accidentale posizione di vantaggio in tutta una serie di frangenti.

E così il mese scorso sono andata al cinema a vedere l’opening night live del TED 2016 Dreams. Ho osservato con interesse la bambina indiana superimpostata, il tizio con gli occhi foli che gestisce la sua azienda in modo diametralmente opposto rispetto al mio capo, il tizio giustamente preccupato dal burnout dell’attivista, il video delirante a gravità zero, il ballerino magnetico. Tutto bello, erano pure a Vancouver che fa sempre figo essere a Vancouver ve lo dico io, tutto utile.

ted2016

Tranne la tizia showrunner di Grey’s Anatomy. Shonda Rimes, in bilico su due ridicoli tacchetti e utilizzando una catchword cacofonica, mi ha fatto una paternale di venticinque minuti sull’importanza di lavorare un po’ meno, a me, che sono una professionista del lavorare un po’ meno. Cioè, io ho pagato soldi per stare a sentire una workaholic esagitata che mi raccomanda di odorare le rose, io, che lascio andare in sementa i radicchi pur di vedere il loro fiorellini azzurri. Per di più il tutto era ritmato da una serie probabilmente inconsapevole di metafore belliche (ciao Lakoff). Che irritazione mostruosa. Almeno ora mi è più chiaro perché non sono mai riuscita a guardare Grey’s Anatomy senza roteare le palle degli occhi.

 

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