Girls Do Code

Adesso che il panico post Brexit è stato completamente sostituito dall’entusiasmo per l’app dei Pokemon, mi sento di dire due parole.

Intanto noto che le reazioni enormi della stampa erano evidentemente solo capricci, visto che per consolare i giornalisti è bastato comprargli un giocattolo.

In secondo luogo, vorrei dire che con disagio ho seguito la narrazione mediatica sul Brexit perché da gennaio a oggi ho trascorso per lavoro tre mesi in Scozia, on and off, in un ambiente accademico e per di più su un progetto Europeo.

In tutto questo tempo, non ho mai avuto occasione di parlare con qualcuno che fosse Stay. I miei colleghi e conoscenti erano tutti Leave. E’ vero che si trattava di miei coetanei, quindi intorno ai 40, e questo sembra coerente con la demografica Leave dichiarata dai media. D’altra parte erano anche tutti laureati, alcuni pure in possesso di uno o più PhD. Tutti abituati a lavorare in un ambiente internazionale. Uno ha vissuto a Bruxelles per anni. Molti nati fuori dagli UK, molti nati fuori dall’Europa. Sportivi. Volontari di charity. Siamo pure stati a un seminario sullo stato dell’arte delle teorie sull’inglese come lingua franca!

Ovviamente le mie sono solo considerazioni aneddotiche e quindi non hanno alcun valore statistico. Bisogna essere sempre molto attenti con la statistica, perché se sbagli a scegliere il tuo campione poi prendi una cantonata, come è successo agli analisiti che hanno prodotto i poll del Brexit.

Tra l’altro dobbiamo considerare che i Leave sono per natura più rumorosi degli Stay, gli Stay si intimidiscono perché temono di fare la figura di quelli che non sono abbastanza patriottici.

Quello che voglio dire è che l’immagine del Brexiter in quanto personaggio attempato, ignorante, torvo abitante della Contea incline al razzismo che ci hanno venduto sui giornali, potrebbe essere statisticamente vera (lo è? come è stato scelto il campione statistico?) ed è sicuramente significativa, ma non rappresenta un ritratto efficace della situazione nel suo complesso.

La situazione è che moltissime persone hanno votato Leave, e alcune di queste, un numero considerevole, sono persone colte e argomentate, quindi dipingere tutti in massa come ottusi vicini di casa di Bilbo Baggins non è di aiuto in alcun modo.

I media sono alla costante ricerca di storie da raccontare, di una narrazione che agganci il pubblico e questo va benissimo. Ma noi come pubblico non possiamo berci un singolo approccio mediatico e usarlo come chiave per leggere la realtà per intero.

Assomiglia un po’ alla questione delle donne nell’informatica. La narrazione pubblica riguarda un aspetto della realtà, ma è scollata dalla situazione complessiva e finisce per risultare alienante.

Nelle aziende informatiche ci sono molte donne. Il salary gap è identico a quello degli altri settori, esiste per ragioni che esulano dall’informatica in sè. Eppure vedo proliferare campagne per incoraggiare le ragazze a programmare, poverine, come se non si fosse mai vista una donna scrivere codice. Capisco lo scopo, queste campagne sevono per contrastate il fatto che in famiglia e nella scuola le femmine vengono indirizzate agli studi umanistici e al lavoro di insegnante, perché considerati idealmente compatibili con il matrimonio e la maternità. Quindi è chiaro che qualcuno deve pur bilanciare questa tendenza castrante, sono iniziative benemerite. Però mi sembra che invece di identificare e correggere il contesto dove le ragazze vengono effettivamente limitate, cioè quello familiare e scolastico, si preferisca dare la colpa alle ragazze stesse, rappresentate come passive e bisognose di incoraggiamenti, e incolpare le aziende sempre pronte a discriminare la donna. E’ vero che esistono discriminazioni nelle aziende, ma se una donna vuole programmare, programma, non ci sono tutti questi problemoni. Io per esempio programmo pure troppo.

Ma se penso ad una sedicenne, che già si sente dire tutti i giorni che l’unico lavoro ragionevole per la donna è nella scuola, poi vede questi laboratori per femmine svantaggiate, si fa tante preoccupazioni che poi nelle aziende ci siano solo maschi, tutto questo invece che sedersi a programmare, probabilmente non diventerà mai una mia collega, cambierà strada professionale prima, farà la tesi sui gender studies e dopo insegnerà storia, che va benissimo, però allora non lamentiamoci che non ci sono donne nell’informatica, perché ci sono, e comunque il modo migliore per incoraggiare una ragazza a programmare è insegnarle a programmare.

Però questa campagna è esilarante, la adoro.

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