Je Suis Animiste (Konmari and Me)

Cosa mi è stato utile nella vita, le lezioni di danza classica, quelle di teatro, le letture di fantascienza, l’esame di antropologia culturale. Al contrario la pallavolo a scuola, il cambio di stagione negli armadi, Melrose Place e la filosofia del linguaggio, tempo buttato.

Nel mio aneddoto preferito per antropologi culturali, l’altropologo chiede a un bambino africano se è forse musulmano. La risposta stupisce molto l’antropologo.

Non, je suis animiste. Purquoi?

Non è una barzelletta, non dovete ridere. Se vi interessano le barzellette ne so una per matematici, riguarda lintegrale di ex, ma ne parleremo un’altra volta.

Mi ha sempre affascinato questo aneddoto perché mostra come l’oggetto di una indagine scientifica possa essere modificato dall’indagine stessa, in termini di assimilazione e naturalizzazione, ma anche di competenza e consapevolezza. Contemporaneamente ci ricorda che l’oggetto della nostra importante indagine scientifica barbuta, non è necessariamente un idiota.

Avete tutti letto post entusiastici e pezzi umoristici su Marie Kondo. Sapete che bisogna mettere tutti gli oggetti della casa sul pavimento, per categoria, prendere riconoscente commiato da tutto quando non ci provoca una spontanea e intensa gioia, piegare il resto con gesti amorevoli e riporre tutto in verticale tranne quello che ci sembra più contento appeso.

In sostanza Marie Kondo ha fondato la sua rivoluzione dell’economica domestica su di uno shintoismo quotidiano, pragmatico, e leggermente delirante.

Non avevo mai pensato alla casa in termini animistici. Ovviamente non sono portata a farlo in quanto occidentale, ma con un piccolo sforzo posso riuscirci benissimo ed è divertente. In media ad un occidentale sembrerà sempre buffo parlare con gli oggetti, in una scala da buffo antropologico a buffo patologico. Ma è interessante notare che alcuni seguaci cristiani di Kondo si sentono addirittura a disagio, quindi adattano il metodo in modo da rivolgersi allo spirito trascendente (nel caso specifico, Dio), invece che a quello immanente.

Credo che funzioni lo stesso comunque, cioè alla fine i cassetti saranno comunque ordinati.

E’ un po’ come quando Yuzuru Hanyu saluta il ghiaccio prima di scendere in pista, gli fa una carezzina, e quando esce si inchina è lo ringrazia per averlo sostenuto. E’ shintoismo quotidiano normalissimo, che con lui vediamo dal 2011 almeno, eppure al pubblico occidentale sembra una stramberia personale, per quanto i commentatori ogni volta si sforzino di spiegare che si tratta di “una cosa tipicamente giapponese”.

C’è anche una difficoltà del lettore occidentale a mettere gli oggetti sul pavimento e questo è squisitamente culturale. In occidente il pavimento di casa è sporco, in oriente è pulito, indipendentemente dall’oggettiva carica batterica. Quindi è divertente pensare alla casalinga occidentale inorridita alle prese col pavimento di linoleum segnato dalle scarpe, quando Kondo avrà certamente belissimi tatami nuovi su cui posa solo adorabili calzini da casa, e nessuna delle due è consapevole del meccanismo.

Comunque di tutte gli insegnamenti di Kondo, tra animismo e follia, il più interessante è quello di eliminare la parola scritta dalla casa. Etichette di protoddi, scritte su scatole e cose del genere. Anche in una abitazione perfettamente ordinata e armonica, le parole producono informazione e forse rumore. L’ha scoperto Muji prima di Kondo, ma non avevo mai realizzato che si trattasse di una questione cognitiva.

decluttering

Full story
The Life-Changing Magic of Decluttering in a Post-Apocalyptic World by Tom Gauld

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